Frangenti n. 29 Speciale Energia – Attaccare la corrente

 

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Gasdotto Rete Adriatica

Per una lotta anticapitalista

Il progetto per la costruzione del gasdotto denominato “Rete adriatica” è stato proposto nel 2004 dalla società SNAM Rete Gas con lo scopo di potenziare la rete di trasporto nazionale di metano. Già 13 anni fa, la società Brindisi LNG Spa, proprietaria del rigassificatore di Brindisi, aveva chiesto alla SNAM (Società Nazionale Metanodotti) la disponibilità di nuove capacità di ingresso alla rete in corrispondenza del terminale brindisino. Ad oggi, il progetto di adriatico ha solo il nome, infatti, sebbene previsto inizialmente lungo la costa, il percorso è stato poi spostato nel cuore dell’Appennino, sicuramente meno urbanizzato – o meglio spopolato – con il vantaggio di espropriare a basso costo e di trovare scarsa/nulla opposizione sul territorio. Dimenticando un piccolo particolare: l’evidente pericolosità sismica delle faglie attive che esso attraversa (Sulmona, L’Aquila, Amatrice, Cascia, Norcia, Colfiorito) e l’impatto devastante di un taglio longitudinale dell’Appennino, con un’area di servitù permanente di 40 metri, tra strade di servizio e scasso per il posizionamento di tubi di 1,2 metri di diametro a 5 metri di profondità. Tutto nasce, o meglio rinasce dopo 13 anni, dall’approdo del nuovo gasdotto proveniente dal Mar Caspio (TAP, collegato a TANAP, collegato a sua volta a SCP), previsto sulle coste pugliesi, passando prima per Azerbaijan, Turchia, Grecia e Albania. Pertanto, il gasdotto SNAM si riallaccerebbe al tristemente noto TAP (Trans Adriatic Pipeline), proprio all’altezza di Brindisi. Tecnicamente, l’opera è però ancora indipendente dal Tap, pertanto, ferma restando la massima solidarietà verso la resistenza dei salentini, non dobbiamo cadere in una sorta di delega: in altre parole, il Gasdotto Snam verrebbe realizzato anche se il TAP dovesse “saltare”.

Il fronte dei sostenitori delle nuove mega-infrastrutture del gas, come al solito, parlano la lingua del mercato: sicurezza energetica, differenziazione degli approvvigionamenti, indipendenza dal gas russo e competizione tra diverse fonti di gas.

E noi, gli oppositori all’opera, che lingua parliamo?

Di fronte a un’opera evidentemente mostruosa e pericolosa per le sue dimensioni e per l’impatto sul territorio – si tratta appunto di un megatubo di 687 km che attraversa 10 regioni da Massafra (TA) a Minerbio (BO), con una centrale di “compressione e spinta” a Sulmona (AQ) – la prima opposizione è quella alla minaccia ambientale, per la tutela della natura, ma anche della vita delle persone che abitano a ridosso del tubo. Spesso questa motivazione non solo è la prima, la più immediata insomma, ma diventa l’unica. Eppure, abbiamo davanti il capitalismo transnazionale all’opera e toccherà pur parlare di interessi, potere, accaparramento delle risorse, guerra e controllo delle popolazioni. Pena: relegare la nostra lotta a una battaglia ambientalista “localista”, ognuno per il pezzo di tubo che gli compete, invocando la ragionevolezza degli amministratori locali, dimenticando che al tavolo degli affaristi siede Eni, con i suoi apparati militari, che intanto se la ride e prosegue indisturbata nell’approccio imperialistico che la contraddistingue.

Ma, iniziamo a parlare la lingua dell’anticapitalismo, dell’antimilitarismo, se pensiamo che non sia possibile isolare un’opera del genere dal contesto politico ed economico generale, e quindi che non sia possibile contrastarla senza mettere in discussione il sistema economico capitalista e lo Stato che lo sorreggono.

Dopotutto, dimostrazioni pratiche della tutela di interessi forti da parte della legge e dello Stato non mancano neanche in questo caso. Il gigantesco progetto infatti, al fine di essere valutato e approvato, è stato suddiviso in 5 tronconi: Massafra-Biccari (194 Km), Biccari-Campochiaro (70 Km), Sulmona-Foligno (167 Km), Foligno-Sestino (114 Km), Sestino-Minerbio (142 Km). Per questi cinque tronconi sono state richieste cinque diverse Valutazioni di Impatto Ambientale, e tutte sono già state ottenute, e hanno dato parere positivo, con tanto di carte bollate: nessun impatto ambientale, gli esperti assicurano, e la battaglia si sposta subito sui tecnicismi. E via a cercare il cavillo, questo o quel decreto, con raccolta firme, nuovi esperti dalla nostra parte, oppure NO. Non c’è un cavillo utile a fermare i progetti mortiferi del capitale sulle nostre vite, non si tratta di un problema tecnico, ma di un rapporto sociale di potere fondato sullo sfruttamento. Il tubo è sottoterra, ma il controllo costante è sulla nostra libertà di pensiero, di azione, di opposizione, di critica radicale.

Iniziamo allora a parlare degli interessi economici in campo.

Il gas dovrà confluire nella rete Snam, Società Nazionale Metanodotti, disgiunta da Eni solo nella forma, poiché di fatto Snam e Eni sono parti correlate, dato che il Ministero dell’Economia e delle Finanze esercita un controllo su Eni, in forza della partecipazione detenuta, e anche CDP Spa che, a sua volta, ha di fatto il controllo su Snam. Lo Stato, in altre parole, difende, in questo caso, gli interessi di Eni, ossia di un ente che porta la guerra nel mondo e, perché no, anche a casa propria.

Eni è la principale azienda del capitalismo di Stato italiano, ora parzialmente privatizzata, azienda che è, quindi, sia multinazionale, sia portatrice diretta di quelli che sono gli obbiettivi dello Stato nazionale. È una multinazionale della morte, presente in ogni conflitto che vede coinvolta l’Italia, dall’Iraq al Niger, responsabile dell’avvelenamento e della guerra per l’accaparramento delle risorse, ma anche complice della detenzione nei campi di concentramento libici di circa seicentomila persone, e della costruzione di un muro nel deserto lungo il confine con il Niger, il Ciad e il Mali. Campi gestiti dalle stesse milizie a cui l’Eni delega la difesa armata dei propri pozzi, che si arricchiscono con il controllo e l’internamento di massa dei migranti in fuga.

Eni è talmente potente che quando entra in campo, le politiche militari italiane possono persino deviare dal loro asse principale. Per esempio, quando c’è di mezzo l’Eni, l’Italia può staccarsi dal blocco atlantico per flirtare con la Russia, può allontanarsi da Israele e collaborare con il Libano nei territori contesi. Questo alla faccia anche di un certo semplificazionismo che descrive l’Italia come paese-colonia degli americani cattivi, o paese che ha ceduto la sovranità all’Europa. Se l’Italia ha una certa autonomia imperialista, rispetto ai suoi alleati, questa autonomia, certo molto relativa, è diretta sempre dagli interessi dell’Eni. Per questo, mettere i bastoni fra le ruote alla macchina distruttrice dell’Eni significa anche contrastare le politiche di guerra del nostro governo (oltre che difendere le nostre montagne e la nostra vita, ovviamente).

Per esempio, il gas del Gasdotto Snam e del Tap viene dall’Azerbaigian. Ufficialmente, si tratta di un modo per rendere l’Europa indipendente dal metano russo. Quindi, di nuovo, un’opera che rende più facile la guerra. Ma anche, chissà, in prospettiva, un modo per accedere allo stesso gas russo senza passare dall’Ucraina e dell’Europa dell’est. Quindi, di nuovo, un’opera per rendere l’Italia meno dipendente dai veti europei contro i russi, nel caso volesse tentare di sperimentare una politica imperialista autonoma. In ogni caso, per noi non si tratta di parteggiare per questo o quell’altro blocco di Stati e di eserciti, ma di combattere contro un’opera devastante e, al contempo, lottare contro la guerra. Contro la ragione del potere, che è appunto una logica di guerra, di sopraffazione, di accumulazione delle risorse e di controllo della vita.

Non c’è niente di irragionevole quando la BEI (la Banca Europea per gli Investimenti) – che ha il compito di fornire supporto tecnico e finanziario per progetti di investimento sostenibile che siano in linea con le politiche europee – approva un prestito di 1,5 miliardi di euro per contribuire a finanziare il Gasdotto Trans-Adriatico TAP. Certo che esso diventa “un interesse comune”, perché unisce interessi forti, quelli dell’economia di guerra, da sempre un’economia florida, dentro e fuori l’UE.

Non c’è niente di insostenibile nei progetti di mega-infrastrutture del gas, se pensiamo che queste vengono promosse proprio in virtù del processo di de-carbonizzazione di cui l’Europa è fautrice. Lo dice Snam nei suoi prospetti, lo ripete la green economy che il gas inquina meno e quindi, ancora una volta, non è la lingua del mercato, dei tecnicismi, dell’ambientalismo riformista che dobbiamo parlare, pena essere fraintesi, recuperati e ancor peggio neutralizzati.

O ci opponiamo al capitalismo, e iniziamo a chiamarlo per nome, o continueremo a collaborare col potere che diciamo di combattere.

[N.V.]

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Tap – Le aziende coinvolte (2)

Aggiornato: Agosto 2018

 

 

Opuscolo:
Tap – Le aziende coinvolte.
Appalti, azionisti e altre complicità.
Agosto 2018

 

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Carcere di Lecce – Nuovo padiglione e Polo psichiatrico

Nel carcere di Lecce entrerà in funzione un nuovo padiglione detentivo per ulteriori 200 posti. Spacciato come soluzione al costante sovraffollamento carcerario, in pratica servirà a rinchiudere ancora di più, secondo una costante che non riceve quasi mai smentita: più celle disponibili ci sono, più persone finiscono dentro.
Anche perché, a guardare i diversi pacchetti sicurezza degli ultimi anni, appare netta la tendenza dei governanti a criminalizzare sempre più comportamenti, all’insegna di un vero e proprio programma sociale: togliere dalle strade i poveri, gli esclusi, i conflittuali – per scelta o per necessità – investendo al contempo nel grosso affare della detenzione (non poche sono le ditte che si arricchiscono con gli appalti di costruzione, manutenzione, forniture).

Da un anno, poi, è attiva una sezione per detenuti “affetti da disturbi psichici”, il cosiddetto Polo di Osservazione Psichiatrica, un carcere all’interno del carcere in cui far scomparire i prigionieri problematici (in teoria da affidare alle cure di medici, in realtà gestiti dalle solite guardie).
Questa particolare sezione già dalla prima settimana di attività ha evidenziato tutta la sua criticità: nel giro di pochi giorni dall’apertura, un detenuto sfascia letteralmente la cella, ed un altro si barrica all’interno minacciando il suicidio. Il 26 aprile 2018 un nuovo detenuto aggredisce tre agenti e si provoca dei tagli.
Dopo un altro incendio in cella il 23 agosto, si arriva all’altro ieri, 24 settembre 2018, quando ancora una volta un recluso dà fuoco al proprio luogo di prigionia.
 

Mercoledì 3 Ottobre, ore 17.00
Presidio solidale
(Microfono aperto
per salutare amici e parenti)
Nei pressi del Carcere
di Borgo San Nicola – Lecce

Perché siamo contro il carcere, nato e sviluppato per difendere i privilegi dei ricchi e il potere dello Stato. Perché i più grandi criminali sono quelli che ne detengono le chiavi. Perché nulla di buono cresce sulla coercizione e sulla sottomissione.
Perché una società che ha bisogno di rinchiudere e umiliare è essa stessa carcere.
Perché una società non più basata sul denaro e sul profitto, bensì sulla libertà e sulla solidarietà, non ne avrebbe bisogno.

Canaglia in Strada

 

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Come cambia la città

Gentrificazione, “lotta al degrado”, guerra agli esclusi…
Due contributi per approfondire l’argomento.

Veleno – Dal pretesto della lotta al degrado ai processi di ristrutturazione urbana che cambiano il volto della città. A beneficio dei soliti privilegiati: ricchi e turisti.

veleno.doc

veleno.pdf web

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Metamorfosi – Sulla trasformazione della città e la morte sociale.
Raccolta di scritti riguardo alla trasformazione delle piazze, delle città,
e di Napoli in particolare.

metamorfosi

 

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Canaglia in Strada

Giovedì 20 settembre
Ore 17.30
Piazza Santa Rosa da Lima
LECCE

“Come cambia la città: ristrutturazione, turismo e decoro. La marginalizzazione delle classi popolari nei processi di ristrutturazione urbana”
Dal pretesto della lotta al degrado al cambiamento di volto della città a beneficio dei soliti privilegiati: ricchi e turisti.

Con interventi e materiali di discussione.

Proiezione documentario:
” Il rione Stalingrado e la nascita della 167 a Lecce”
Ricordi di un rione e di uno spaccato sociale cittadino che non c’è più.

Canaglia in Strada

come_cambia stampa

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FUMO NEGLI OCCHI (Sotto la luce gialla dei lampioni)


O per tempismo o per coincidenza, lo sgombero di Canaglia Occupata è arrivato proprio il giorno successivo alla dichiarazione del ministro Salvini, trasmessa da tutte le televisioni: “È ora che i prefetti di ogni dove si adoperino per censire e sgomberare tutti gli immobili occupati abusivamente, che siano destinati a scopi politico-sociali o semplicemente ad uso abitativo!”.

In realtà, il governo Lega-5Stelle mette in pratica il “decreto sicurezza” (febbraio 2017) del precedente governo PD che ora, grazie al bullismo di Stato di marca salviniana, troverà più diffusa e solerte applicazione. Tanto per ricordarsi che destra e sinistra pari sono.

Quello che è chiaro è che lo Stato sta dichiarando guerra a tutti coloro che, per scelta o per necessità, vivono al di fuori o ai margini del recinto della legalità. Più controlli, più presenza della polizia nei quartieri popolari (dal linguaggio giornalistico detti “a rischio degrado”), maggiori e più pericolosi armamenti in dotazione alle forze dell’ordine: primo fra tutti il Taser, la pistola elettrica, un’arma con cui presto tutte le questure prenderanno confidenza.

I tempi si fanno cupi per i tanti che non possono (o non vogliono) inserirsi nella società dei consumi, stretti tra la necessità di lavorare in condizioni sempre più difficili e l’obbligo morale di spendere.

Anche a Lecce l’onda salviniana è cavalcata ad arte da discutibili personaggi che, urlando allo scandalo delle occupazioni, provano a nascondere le nefandezze della parte politica a cui appartengono. Moralisti che, blaterando di rispetto e ordine, istigano al razzismo, come minimo.

In questa città da qualche tempo la destra cittadina (Forza Italia, Lega, Sentire Civico, Movimento e Libertà) esibiva i muscoli contro l’occupazione di Canaglia e puntava il dito contro lo spreco di denaro pubblico causato dall’allaccio alla rete elettrica e idrica.

Bene. Ora che le utenze sono state tagliate, le casse comunali forse non avranno più perdite e gli amministratori potranno serenamente occuparsi di restituire ai leccesi le molte decine di milioni di euro sottratti negli ultimi anni per finanziare le aziende municipalizzate e le tante altre avventure di faccendieri, speculatori e sanguisughe di ogni risma.

Ironia a parte, a noi pare chiaro che la decantata preoccupazione dei politici per la sicurezza sociale sia solo preoccupazione per la protezione del proprio privilegio di classe; che l’offerta di protezione del diritto del cittadino sia solo fumo negli occhi per ottenere consenso.

Noi, all’opposto di chi ha il portafoglio al posto del cuore e del cervello, crediamo che il valore di un immobile sia corrispondente all’uso che se ne fa: una casa ha valore se qualcuno la abita, uno spazio sociale se è riempito di contenuti e relazioni di complicità.

Ma a volte capita che i contenuti trabocchino, escano dai margini e dai muri di cinta e dilaghino. Per questo siamo ancora in piazza a Santa Rosa, per ribadire che ad ogni sgombero segue sempre una risposta. Per dire che la città è di chi la vive. E chi è sempre stato contro un sistema sociale basato sullo sfruttamento di molti e sul privilegio di pochi, continuerà a prendersi la libertà di lottare senza chiedere di certo il permesso.

Canaglia in Strada

 

FUMOOCCHI pdf
[Volantino per l’iniziativa in Piazza Santa Rosa a Lecce del 7 settembre 2018]
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Lecce – Sgomberata Canaglia Occupata

Lunedì 3 settembre a Lecce è stata sgomberata Canaglia Occupata. La polizia ha fatto irruzione alle sei di mattina accompagnata dai pompieri e da tecnici dell’Enel e dell’Acquedotto che hanno tagliato completamente le utenze. Tre compagni e due compagne presenti nello stabile al momento dello sgombero, ed altre due compagne accorse in solidarietà, sono state denunciate per occupazione, deturpamento ed imbrattamento di cose altrui, furto di energia elettrica e fornitura idrica. Per tre c’è stata anche la denuncia per violazione del foglio di via da Lecce ed un compagno che è riuscito a rimanere un po’ sul tetto (la Digos ha dovuto usare una scala per raggiungerlo) è stato denunciato per resistenza. Emessi tre nuovi fogli di via da Lecce per tre anni. L’edificio è stato posto sotto sequestro.

Questa occupazione era nata lo scorso 23 luglio, dopo circa un mese dallo sgombero di Villa Matta. Ora la destra leccese (Lega, Forza Italia, Sentire Civico, Movimento e Libertà) esulta sui social media per questa brillante operazione poliziesca che ha ripristinato il rispetto della “sacra proprietà” – privata o pubblica che sia – seguita dalle acclamazioni di chi non ha più remore a definirci “zecche da eliminare”.

Purtroppo per loro, non è certo un luogo fisico a dare contenuto alla nostra vita e alla nostra lotta; purtroppo per loro continueremo ad essere presenti in questa città.

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Unici stranieri, Lega e fasci nei quartieri

Contributo diffuso a Lecce il 29 agosto, durante un aperitivo in Piazza Santa Rosa.

Nonostante gli schiamazzi isterici di alcuni esponenti della destra cittadina contro l’occupazione di Canaglia rivelino lo squallore del loro agire politico (e anche una certa ignoranza), ringraziamo comunque questi signori per averci offerto l’occasione di sollevare un argomento che molto ci sta a cuore e che affrontiamo con grande gioia.
Nonostante il clamore mediatico, sollevato dai loro amici giornalisti, mostri una situazione di nuovo e straordinario allarme per la cittadinanza, la pratica dell’occupare – a Lecce come dovunque – non è certo cosa nuova. Tuttavia sappiamo anche che questa eroica “battaglia di legalità” avrebbe avuto vita breve se non fosse stata strombazzata da un (altrettanto) infelice giornalismo di provincia. Ma tant’è.
Occupare abusivamente stabili e appartamenti con gli scopi più svariati è una pratica sempre esistita in questa città. A memoria di nostra nonna, almeno da quando – negli anni così detti del miracolo economico – una grande massa di leccesi poveri e nullatenenti occupava le case sfitte per viverci con le proprie famiglie. In quegli anni i proletari scacciati dallo storico quartiere Stalingrado occuparono le case dei ferrovieri. Sgomberati a forza non si arresero di certo ma occuparono per lungo tempo il palazzo comunale, fino alla concessione degli alloggi del nuovo quartiere delle Vele.
Nei decenni, le periferie leccesi hanno sempre subito l’isolamento, l’incuria, la segregazione. La risposta non è stata sempre la rassegnazione. Spesso questa città ha visto iniziative di riappropriazione degli spazi; iniziative spontanee e indipendenti da ogni appoggio istituzionale che hanno creato luoghi di socialità, di libera aggregazione e anche di lotta (che – sia detto per gli ignoranti fascio-leghisti leccesi – è una pratica di rivendicazione di libertà, non un atto criminale). Dagli anni Novanta a oggi a Lecce molte occupazioni, abitative e non solo, ci ricordano che la città è di chi la vive, non di chi la compra.
Oggi, con la copertura di un governo reazionario che fomenta la guerra fra poveri, i fascio-leghisti di casa nostra provano ad alzare la testa strepitando per un’occupazione abusiva, così provando a spostare l’attenzione da ben più gravi emergenze cittadine.
Oggi più che mai Lecce mostra uno stridente contrasto fra la povertà delle periferie e l’eleganza del centro, votato al consumo turistico, alla speculazione immobiliare e ormai svuotato dai suoi abitanti storici. Oggi Lecce è in cima alle classifiche per numero di sfratti e tagli delle utenze domestiche.
La vostra premura è sgomberare l’ex canile e restituirlo all’abbandono iniziale? Fate pure (del resto è quello che è già accaduto con gli stabili dell’ex manifattura di Via Birago o con l’ex mattatoio comunale ritornato ad essere una discarica a cielo aperto).

A questi insulsi burattini rispondiamo che non è certo un luogo fisico a dare contenuto alla nostra lotta, purtroppo per voi la Canaglia è ovunque in questa città. Purtroppo per voi, in questa città, è la lega ad essere abusiva!

Canaglia Occupata

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Si può fare

Un mese fa abbiamo occupato l’ex canile comunale in via San Nicola a Lecce, trasformandolo in parte in spazio abitativo e in parte in spazio sociale e di lotta.
Da qualche giorno alcuni commedianti della politica locale (Lega, Forza Italia, Sentire Civico, Movimento in Libertà) ne stanno chiedendo a più riprese lo sgombero. Qualcuno, in vena di spararla più grossa degli altri ha anche minacciato di provarci personalmente se le istituzioni preposte non dovessero muoversi subito. Per il momento però sono rimaste solo parole al vento – che paura!!!
Pretesti ne avrebbero ben pochi nel chiedere “la restituzione alla comunità” di uno stabile abbandonato da circa un anno, che è stato ritenuto non idoneo allo scopo cui era stato destinato. E difatti, nel tentativo di metterci contro i cittadini “per bene”, non hanno altro appiglio se non quello di denunciare un uso “illegale” dello stabile e dei beni di prima necessità, che andrebbe a ledere la cittadinanza leccese.
Crediamo che questi buffoni non solo non abbiano alcun tipo di preoccupazione per chi vive nel territorio leccese, ma non hanno nemmeno un reale interesse all’occupazione della Canaglia. Semplicemente usano questo argomento per cavalcare l’onda di odio scatenata dal loro eroe, il Ministro Salvini, e la riutilizzano in salsa leccese nel tentativo di scalare i vertici della politica locale.

Da parte nostra non abbiamo molte parole da dedicare al prode giustiziere che chiede lumi sulla legalità della nostra presenza.  Semplicemente la parola “occupazione” contiene la risposta: Canaglia è un posto aperto e abitato senza alcun permesso – fortunatamente non il primo né l’unico a Lecce – che continua ad affermare la libertà delle sue scelte, la sua contrarietà al compromesso istituzionale e al ricatto del mercato.

Invece preferiremmo parlare di una società in cui avere un tetto confortevole sulla testa è considerato un lusso da soddisfare solo se il portafogli è ben guarnito. Per gli altri, per chi non ha nessun santo o potente cui inginocchiarsi, non resta che accontentarsi di una vita sempre più risicata.
Preferiremmo parlare della quantità di sfratti e tagli delle utenze da cui è afflitta l’intera città di Lecce, e del perché ciò non provoca la – giusta – reazione di rabbia e di lotta di chi viene sbattuto fuori casa.
Preferiremmo parlare della speculazione del mercato immobiliare la cui logica preferisce lasciare chiuse, spesso a marcire, una notevole quantità di abitazioni che potrebbero soddisfare le esigenze di tanti.
Preferiremmo parlare della speculazione turistica e dell’industria del divertimento, che vede tanti ragazzi e ragazze sfruttati per pochi spiccioli nei locali e che arricchisce sempre i soliti rapaci.
Preferiremmo far notare come questi figuri leccesi sono i miserabili seguaci provinciali di chi è attualmente al governo nazionale con un programma di aggressione contro chi occupa il gradino più basso nella scala sociale, servendosi della creazione di continue emergenze: immigrazione, sicurezza, degrado, legalità…

Ma gli spazi e le possibilità di incontro sono sempre di meno. Per questo preferiamo andare dritti ai nostri bisogni, e – tra l’altro – occupare uno stabile abbandonato per farne anche uno spazio in cui confrontarsi ed organizzarsi contro la società del denaro che rifiutiamo.

Canaglia Occupata

Mercoledì 29 agosto, dalle 19.00
Aperitivo in piazza
Vino, birrette, tarallucci e materiale informativo
Piazza Santa Rosa da Lima (Quartiere Santa Rosa) – Lecce

si puo fare – pdf

 

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